Auschwitz – Per non dimenticare.
E alla fine ci sono andata davvero.
Qualcosa di dovuto, data la rapidità e facilità con la quale è stata organizzata e predisposta.
Ogni tassello che “magicamente” si metteva al suo posto. Qualcosa che era, evidentemente, inevitabile, non solo per me ma anche per chi mi ha accompagnata in questo viaggio.
Non starò qui a raccontare le varie dinamiche, alcune delle quali riguardano anche chi era con me e, di conseguenza, la loro privacy. Trovo più logico soffermarmi sull’argomento principe di questo post, ovvero Auschwitz.
E cosa dire di questo luogo se non che solo vedendolo lo si può effettivamente comprendere? I film, i libri, le immagini… Sono solo un compendio della grande, cruda e vivida realtà che si percepisce in quel campo.
Lì, ogni oggetto sembra voler narrare la propria storia. Le immagini, spesso crude, non hanno bisogno di parole per descrivere fatti già noti ma mai realmente compresi se non camminando su quella terra, sulle stesse pietre che altri hanno calpestato più e più volte. Gli effetti personali, le immagini dei detenuti, le latrine, i forni, la camera del gas. Potrei spendere infinite parole e non sarebbero mai abbastanza.
Vi lascio quindi con un immagine, una su tutte, una che ho percepito carica di speranza.
A Birkenau, il campo di sterminio storicamente più tragico tra tutti, ci sono ancora i binari che un tempo conducevano i deportati verso la loro tragica fine. Alla fine del nostro viaggio nella memoria, li abbiamo percorsi a ritroso. In silenzio, concentrati, quasi fosse un rituale, una decisione comune presa in totale silenzio. Un muoversi verso la vita, un divenire ancora una volta liberi. Un cammino commovente, tanto che l’immagine, ormai cara, credo rimarrà per sempre stampata nella mia anima.


